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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Al Bit di Milano il sito era stato presentato da Rutelli in pompa magna
“Network Access Message: The page cannot be displayed”: poche parole che spiegano la pagina di errore di una navigazione su internet non andata a buon fine. Così finisce la storia scandalosa del portale “Italia.it”, quello che Francesco Rutelli aveva presentato alla Bit di Milano del 2007 come la vetrina del turismo italiano. Una decisione presa da un momento all’altro dal Dipartimento dell’innovazione tecnologica gestito dal ministro Luigi Nicolais. Una decisione frettolosa forse per cercare di riparare l’enorme danno fatto alle casse dello stato e soprattutto ad una figuraccia politica con pochi confronti. Pensato dal suo predecessore, Lucio Stanca, il portale aveva fatto discutere. Sono infatti stati stanziati 45 milioni di euro per un sito che ne potrebbe costare sì e no 50mila. Dopo un anno e mezzo di “gestione Rutelli”, il sito era sulla bocca di tutti gli internauti, definito come un web mostro, una spina nel fianco del vicepremier del governo Prodi. Proprio per questo, il ministro ha scritto una lettera alla Procura Regionale della Corte dei Conti del Lazio per chiedere un giudizio su Italia.it. Insieme con la lettera ha inviato la relazione della Commissione di indagine istituita apposta: 43 pagine, una bocciatura dei responsabili del sito, dal raggruppamento Ibm-Its-Tiscover che ha vinto la gara con un’offerta di quasi 8 milioni di euro, al dipartimento di palazzo Chigi che ne ha la supervisione, quello per l’Innovazione e le Tecnologie. “Secondo la commissione – scriveva La Stampa – “il rapporto è stato impostato in modo errato” fin dall’inizio. Prima scadenza per il completamento del portale è il caricamento on-line già nell’ottobre 2005, a tre mesi dal verbale di inizio attività. Tre mesi non sono molti, e le imprese pensano di “risolvere i problemi riutilizzando contenuti già sul mercato, acquisiti dalla De Agostini”. Ne nasce una lunga serie di errori e omissioni. La seconda scadenza per la consegna del portale prevede un anno di tempo, sono le Olimpiadi invernali di Torino del 2006. “In quella fase gli unici contenuti disponibili erano relativi al Trentino Alto Adige”, sottolinea la commissione. A quel punto però è già in corso una vertenza per danni. Si arriva a un accordo extragiudiziale secondo cui il raggruppamento Ibm-Its-Tiscover accetta di vedersi diminuire il compenso e si va avanti. L’obiettivo è vedere il portale in rete per la fine del gennaio 2007 e dunque per la Bit, la più grossa fiera italiana del turismo. Il portale viene pubblicato il 22 febbraio 2007, appena in tempo per l’annuncio ufficiale alla Bit avvenuto quel giorno stesso. Le critiche arrivano subito. “La qualità delle traduzioni risulta non buona, a volte tale da generare l’impressione che sia ottenuta con traduttori automatici”, spiega la relazione. “I collegamenti fra pagine in lingua risultano a volte difettosi, a volte ciechi”. Ci sono poi “carenze nelle pagine descrittive” ed è impossibile contattare i responsabili del portale. Che cosa non ha funzionato? I tempi innanzitutto. Ci sono “comportamenti di superficiale valutazione se non di negligenza” nel definire le scadenze del lavoro, sostiene la commissione. Seconda nota dolente sono “i contenuti”. Complessi e sottovalutati, li definisce la commissione che reputa “sorprendente l’atteggiamento del Dipartimento per l’Innovazione” di palazzo Chigi. La sorpresa che emerge dalla lettura della relazione è che la commissione contesta le accuse sulle spese eccessive. “A tutt’oggi - rileva - non risulta erogato al Raggruppamento temporaneo di imprese aggiudicatario nemmeno un euro”. E la definizione di “penali” per compensare i danni dovuti a ritardi e inadempimenti “concorrono a smentire atteggiamenti di spesa allegra o ingiustificata”. Dopo la minaccia di Rutelli è arrivata la chiusura del portale. E una storia fatta di sprechi e incuria è finita nel dimenticatoio. Qualcuno evidentemente non aveva interesse a farla uscire fuori.
45 milioni di euro per un portale che si poteva fare con 50mila euro Marzo 2007. Sui blog si aggira forte lo scandalo: il portale istituzionale “Italia.it” è on-line. Ed è il più costoso e discusso della storia della Repubblica italiana. E’ costato la bellezza di 45 milioni di euro, pari a circa 90 miliardi delle vecchie lire. Se date 10mila euro a un giovane webmaster ve lo rifà in cinque ore. Se date a una società seria 50mila euro quella ve ne fa uno migliore, ve lo dà chiavi in mano, vi garantisce l’assistenza. E loro ci guadagnano tanto. Italia.it doveva essere il biglietto da visita dello Stato italiano all’estero, doveva promuovere il turismo e i prodotti di qualità in tutto il mondo. Doveva essere tradotto in otto lingue. Quando è stato messo on-line ce ne erano tre: inglese, tedesco e una ad ideogrammi. Invece, se si visitava il sito si notava una traduzione in inglese carente e maccheronica, con molto spesso pagine in italiano non tradotte. Quella in ideogrammi era praticamente finta: pochissime le pagine tradotte. La messa on-line del sito è stata voluta in fretta e furia dal vicepremier Francesco Rutelli. Il quale, da bravo uomo politico, poco o nulla sa sulla qualità delle reti internet. Ed è andato incontro a una miserrima figura: in home page campeggiava il titolo di una intervista, ma cliccandoci sopra qualche volta si apriva e qualche volta no. Ma cos’è successo davvero? Lo spreco c’è, è evidente, perché i 45 milioni sono stati veramente stanziati. Però ne sono stati spesi “soltanto” 10,9 - affermava all’epoca l’amministratore delegato di “SI Innovazione Italia” Roberto Falavolti che faceva chiarezza sui costi reali del progetto: “Il budget di 45 milioni di euro era stato stanziato nel 2004 dal precedente governo (l’allora ministro per l’innovazione era Lucio Stanca, ndr) per un programma di rilancio dell’Italia in termini turistici. Di questi, 25 milioni per i contenuti (di cui 4 milioni per contenuti nazionali e 21 milioni alle Regioni per i contenuti locali) mentre 20 milioni per lo sviluppo della piattaforma tecnologica, la redazione e la gestione/la traduzione nelle varie lingue e l’aggiornamento”. La cifra stanziata per lo sviluppo del sito è stata spesa: c’è stata una gara europea, vinta da un cartello di imprese guidato dalla Ibm, per aggiudicarsi una prima tranche di 7,8 milioni più Iva (quindi 9,6 milioni di euro). Nove milioni restavano disponibili per ulteriori sviluppi. Invece – affermava Falavolti - “in questi due anni per la gara, lo studio di fattibilità e il lavoro fatto finora è stato speso circa un milione di euro”. Facendo le somme, quindi, il sito online è costato 9,6 milioni di euro (per lo sviluppo tecnologico) al quale va aggiunto 1 milione di euro (per gara, primi contenuti, etc). In totale fa 10,6 milioni di euro. Ai quali però vanno aggiunti i 21 milioni di euro, che erano stati versati alle regioni. Quindi lo scandalo resta. Resta che un sito poverissimo e inutilizzabile è costato 31,6 milioni di euro (sessanta miliardi tondi tondi di vecchie lire). Resta soprattutto il ritardo con il quale un progetto deciso nel 2004 è andato avanti.
IL DUO PRODI-RUTELLI INCAPACE DI GESTIRE L'ALLARME DIOSSINA NELLA MOZZARELLA Alemanno: Subito seri accertamenti. Risarcire gli allevatori colpiti dalla crisi  Si profila un disastro economico italiano per la vicenda delle mozzarelle di bufala inquinate dalla diossina. Dopo il caso dei rifiuti che hanno invaso le strade della Campania e i monitor dei televisori di tutto il mondo, una altra tegola fatta in casa dal Centrosinistra di Prodi e Bassolino rischia di mettere in ginocchio un intero comparto. La Corea e il Giappone già hanno bloccato l'importazione dei nostri prodotti, e il network televisivo CNN, negli Usa, mette in prima piano in tutte le sue edizioni i pericoli per la salute che potrebbero derivare dal consumo di mozzarella italiana. E intanto la Ue ci avverte: risolvete in fretta il problema o apriremo un procedura d'infrazione. Questa faccenda ci costerà più di una guerra, e la responsabilità ricade ancora una volta su Prodi e sul suo governo, del quale fa parte, come Vice-Premier anche Francesco Rutelli, che da più di un anno sapevano tutto e non hanno fatto nulla per impedirlo. Un altro sintomo di irresponsabilità, incapacità e trascuratezza. Un altro segno che un’intera generazione di uomini della sinistra non ha nessuna capacità di governare, ma soltanto l’arroganza di occupare poltrone, gestire potere, vendere e svendere agli amici interi settori economici e trascurare quelli dove non possono lucrare interessi. L’economia campana rischia il collasso. Se nel resto del mondo cominciano a rifiutare il nostro prodotto, anche in Italia il consumo di mozzarella in pochi giorni è sceso del 35%. Ma il problema non è ristretto alla produzione campana, ma tocca anche il Lazio e l’economia romana, dove la mozzarella di bufala è alimento “top”, e si situa in fascia d’eccellenza. Allevatori e industriali della regione sono in allarme e annunciano di voler chiedere alla Regione Lazio lo stato di crisi del settore lattiero caseario. Nettissima la presa di posizione del candidato sindaco del Pdl di Roma, Gianni Alemanno, che è stato anche ministro per l’Agricoltura: "Bisogna eliminare qualsiasi dubbio per i consumatori – ha affermato -, fare degli esami accurati, se poi si riscontrerà la presenza di diossina nelle mozzarella di bufala bisognerà ritirare la merce e indennizzare gli allevatori. Non è colpa loro ma di chi non sa gestire la situazione rifiuti in Campania".

Il decreto Bersani compie sei mesi. E una campagna radio-tv spiega al cittadino consumatore che ha più diritti: taxi a go-go a poco prezzo e farmaci al market con il 30 per cento di sconto.
Vediamo.
Visitato supermarket di Via Igea della Pim: nessun banco di farmaci.
Forse è troppo piccolo. Visitato allora Iperstore GS di Torrevecchia. Non c'è traccia di farmaci.
Andiamo a Panorama, all'incrocio tra raccordo e Aurelia. E' enorme. Ma l'aspirina non c'è, non c'è il camice bianco del farmacista, non c'è un cazzo di farmaco.
Alla Pam di viale Jonio e a quella del Torrino vendono anche i computer a 499 euro. Ma ci trovate al massimo la camomilla.
Al Pim "Fontanile" di Torrevecchia e a quello di via Isacco Newton ti danno uno stendino elettrico per 29 euro e 90. Stessa storia anche alla Despar di Via Ferrari e alla Conad di Via Mordini. La cosa più "medica" che potete trovare è il Lysoform per disinfettare per terra.
Quando in farmacia chiedo l'Efferalgan, farmaco da banco, a prezzo pieno, il farmacista mi guarda sornione. Sospetto che legga nei pensieri e mi comunica con un sorriso... "ci hai creduto, coglione?".
Grazie, Bersani, Grazie.

Il decreto Bersani sulle liberalizzazioni compie sei mesi di vita. Una costosa campagna radio-tv esalta quanto fatto. Da oggi - dice una voce femminile dal tono argentino - il cittadino consumatore ha più diritti: taxi a go-go a poco prezzo e farmaci al market con il 30 per cento di sconto.
Vediamo.
Mercoledì 24 gennaio 2007. A Roma è la prima giornata di gelo vero. Piove. Alle 10,30 chiamato radio taxi. Fatti numeri 3570, 4994, 6645. Dopo 10 minuti risponde soltanto 4994. Necessita taxi a piazza Igea.
Altri 10 minuti: spiacenti, non abbiamo taxi in zona. Grazie, richiami più tardi. Eccerto. Prendo la moto. Andrò a Piazza Mazzini a prenderne uno. Ah, la Panoramica è chiusa. Meno male che ho la moto, quelli in discesa su via Trionfale staranno là per un'ora e mezza buona. A piazza Mazzini stavolta il taxi c'è, subito.
A Piazza Barberini per favore. Venti minuti. Alla fine il tassametro segna 14,80. Euro e centesimi. Alla faccia del risparmio. Due inutili strisciate con il bancomat. Vabbè, pago cash, ho solo il 50 euri arancione. E come famo dottò?
C'è una profumeria, entro. Mi trattano che manco avessi una calza di nylon in faccia. Non è entrato nessuno, cambiamo i soldi proprio a lei?
Di fronte all'ipotesi di beccarsi 12 euro soltanto il tassista trova magicamente il resto nelle tasche. E' mezzogiorno meno dieci e ho speso 15 euro.
Grazie bersani Grazie, Grazie bersani Grazie. A te e a quei coglioni che ti hanno creduto.

Come volevasi dimostrare. La prima applicazione del decreto Bersani sulle liberalizzazioni porterà all'aumento delle tariffe dei taxi. Dopo un lungo braccio di ferro con il sindaco Veltroni i tassisti sembrano lì per spuntarla. Cosa è accaduto? Quello che avevamo preventivato (e qualcuno ci aveva dato del fantaeconomista): i tassisti hanno ottenuto di far guidare la loro auto a familiari o dipendenti, ci sono 2.500 taxi in più (attenzione, però, sono solo 1.250 per turno) e adesso, logicamente, per non scioperare, hanno richiesto l'aumento del prezzo della corsa (da tempo sul tappeto) e l'eliminazione del "fisso" di 30-40 euro per la corsa a Fiumicino. Le ragioni sono inoppugnabili: con il traffico che c'è - generato dalle politiche del Comune - non si può prevedere il tempo delle corse all'aeroporto. Come non dargli ragione? Ridicoli sono Veltroni e Bersani che avevano riempito le pagine di giornale di belle promesse (tanti taxi, per tutti, a prezzo minore) e adesso si trovano né più e né meno a dover cedere a tutte le richieste di una categoria combattiva come i tassisti.
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